Se il teatro è da sempre uno strumento di trasformazione e di crescita personale e collettiva, chiamo Il teatro delle voci una pratica in gruppo, di erranza, di nomadismo culturale, di urgenza di mettersi in viaggio, intese come dimensioni di scoperta, nell’incontro con la diversità.
Mi interessa e vado cercando un senso di comunità, come bisogno umano di appartenenza, che nasca da un processo creativo, in cui la persona sia coinvolta con il piacere di partecipare nella sua interezza, con un corpo vivo che sente, pensa, sceglie, si esprime, invece di radicarsi in categorie ideologiche.
Per creare comunità, la Gestalt e il teatro ci aiutano a riconoscere se stessi come una comunità interna, dove il microcosmo e il macrocosmo possano così dialogare su fili di un linguaggio comune, che non si riconosce più soltanto in un’identità linguistica o culturale, ma in un insieme che è più della somma delle parti, che trascende in un’appartenenza più ampia, da scoprire di volta in volta, e dove ci si può incontrare, scambiare, trasformarci.
Il crescente senso di solitudine e di isolamento interno che le persone di generazioni diverse spesso soffrono, nasce in parte, a mio avviso, dalla mancanza di nuove ritualità, di spazi di incontro, che non siano per dovere di vincolo, ma per desiderio di partecipare a una creazione comune, nutrita dal desiderio di avventurarsi nell’invisibile, nell’ignoto, in ciò che non è ancora conosciuto delle proprie e altrui potenzialità.
Non tutto si può fare da soli; il teatro vive nell’incontro con altre persone, che ci tolgono dalla fissità delle nostre gabbie, dagli specchi abituali in cui ci riflettiamo. La proposta in gruppo diventa l’occasione di vedere con altri occhi, da altri punti di vista, di entrare nella percezione corporea, di fare esplorazioni vocali e di dar vita a messe in scena teatrali, nutrite da conflitti, ombre, desideri e ambivalenze interne, che spesso rifiutiamo come spazzatura da nascondere.
Per fare della vita un’opera d’arte, un romanzo polifonico, citando Batchin, dove tante voci interne si intrecciano, diventa essenziale abitare il corpo, che è spesso dimenticato, e la voce, perché possa riprendere a fluire nello spazio e nel tempo, tra un qui e un allora, ma viva nel momento presente.
La voce diventa corpo in movimento, gesto vocale che si espande in uno spazio da abitare e ricreare con gli altri, ogni volta, dove la relazione, l’ascolto, il desiderio di comunicare agli interlocutori qualcosa che ci sta a cuore, genera la pulsazione viva dell’incontro e permette di dar forma al mondo interno.
Ascoltare è la base creativa per una democrazia dialogica e per una dialettica capace di creare sintesi tra le differenze. Così punti di vista culturali apparentemente invalicabili in una logica cartesiana binaria, diventano una necessità urgente per cercare e sperimentare altre vie d’uscita, possibili a volte volgendosi a una logica paradossale del teatro, per dar luogo a nuovi riti che attraversino soglie della nostra umanità.
Ogni cultura esprime una diversa pagina dell'atlante interiore, ma la verità umana completa è globale, e il teatro è il luogo in cui il puzzle si può ricomporre. Negli ultimi anni ho cercato di usare il mondo come apriscatole; ho cercato il modo di lasciare che suoni, forme e atteggiamenti culturali, caratteristici delle diverse parti del mondo, agissero sull'organismo degli attori proprio come un ruolo importante può spingerli ad andare oltre le loro apparenti possibilità (Brook 1997, Il punto in movimento, 1946-1987, p. 119).