“…il terapeuta …va incontro all’ostruzione con un’impazienza che è parte della struttura di una pazienza più grande.” P.H.G. (1951, p. 268)
In questo workshop, teorico ed esperienziale, affronteremo il tema dell’uso della frustrazione correlata ai temi del bisogno di appartenenza e di comunità nei tempi attuali.
Quelle che quasi tutti i modelli di psicoterapie chiamano resistenze, Perls, Hefferline e Goodman (1951) le chiamarono difese. Quando l’organismo si sente attaccato, pur di non sperimentare di nuovo delle emozioni dolorose che ha già conosciuto, per difendersi manipola l’ambiente sia interno sia esterno e crea quei comportamenti chiamati difese.
Nel nostro modello la tecnica della frustrazione ha lo scopo di rendere vane le manipolazioni che sostengono proprio quelle difese ormai inutili perché non rispondono più agli scopi originari, quantunque un tempo fossero state costruite dal paziente come adattamenti creativi per affrontare un ambiente ostile.
Quasi bruscamente l'individuo sperimenta senza schermi la propria realtà nel qui e ora.
La frustrazione, se condotta con sufficiente attenzione al sostegno necessario per affrontare la perdita delle sue difese, aiuta il paziente a ristabilire un buon contatto con l’ambiente e a ritrovare la sua spontaneità.
Tuttavia richiede la simpatia del terapeuta e la consapevolezza del processo che sta attraversando il paziente, altrimenti rischia di rinforzare proprio quelle difese che aveva cercato di rendere vane e di replicare esperienze traumatiche di esclusione.
La soddisfazione del bisogno di connessione e di comunità nella nostra società attuale è particolarmente frustrata, ancor più appesantita negli scorsi anni anche dalle disposizioni del governo per far fronte alla pandemia da Covid 19.
La quarantena, la mancanza di partecipazione alle scelte relative al proprio corpo, l’imposizione di un pensiero unico, l’esperienza di sentirsi togliere la parola hanno ancor più frustrato il desiderio di comunità e di appartenenza.
In questo quadro è ancora possibile, e se sì in quale modo, usare la tecnica della frustrazione? In un momento storico come l’attuale, può ancora servire al paziente?